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FOLIGNO 10-09-2010
ENTE AUTONOMO GIOSTRA DELLA QUINTANA DI FOLIGNO - SITO UFFICIALE

S.FELICIANO, OMELIA DEL VESCOVO
Solennità di San Feliciano
Foligno, 24 gennaio 2010

L'Omelia di mons. Gualtiero Sigismondi

La pietà popolare, “inestimabile tesoro del popolo di Dio”, ci consegna, oggi, nella Solennità di san Feliciano una delle testimonianze di fede più disarmanti e coinvolgenti. È la devozione del popolo folignate al suo Patrono, “fundator et defensor civitatis”, a tracciarne il ritratto più completo di “uomo semplice, umile, libero”: semplice, perché non ha anteposto nulla all’amore del Cristo; umile, perché ha servito il Signore con gioiosa agilità, amando la Chiesa, questa nostra Chiesa particolare, più di se stesso; libero, perché ha interpretato alla lettera l’insegnamento del Signore: “Chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (Gv 12,25). La Solennità di san Feliciano, “uomo semplice, umile, libero”, è occasione favorevole per richiamare l’attenzione di tutti sulla semplicità, che è l’atrio dell’umiltà e il portale della libertà!
La semplicità è il segno che Dio ha scelto per rivelare la sua grandezza. Egli non è venuto in mezzo a noi con potenza e grandiosità esterne, non ha voluto sopraffarci con la forza, ma ci ha sorpreso nascendo inerme dalla semplicità verginale del cuore di Maria. Il Signore ha scelto la semplicità come segno della sua grandezza e l’ha lasciata in pegno ai suoi discepoli: “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16). La prudenza senza semplicità sarebbe malizia, e tuttavia la semplicità senza prudenza sarebbe semplicismo. La semplicità oltre ad essere accreditata dalla prudenza è, per così dire, scortata dalla letizia; di questo rende testimonianza la prima comunità cristiana, i cui membri “ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo” (At 2,46-47).
Cammina con semplicità e letizia colui che tiene fisso lo sguardo su Gesù (cf. Eb 12,2), testimoniando, con la trasparenza dell’esempio più che con l’eloquenza della parola, quanto sia vero che “la nostra capacità viene da Dio” (1Cor 3,5). Illuminante, in proposito, è la raccomandazione fatta da Paolo alla comunità di Corinto, che corre il rischio di dividersi in fazioni: “Temo che, come il serpente con la sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei riguardi di Cristo” (2Cor 11,3). La semplicità di cuore rende agile, sicuro, intrepido il passo dei discepoli, illuminando il loro sguardo. Essa è integrità, cioè rettitudine, è schiettezza, cioè assenza di falsità e di ipocrisia. “Tieni unito il mio cuore – così prega il Salmista –, perché tema il tuo nome, Signore” (Sal 85,11). Prima ancora di essere una virtù cristiana, la semplicità è una virtù umana: è nobiltà d’animo, è armonia nello stile, è chiarezza di pensiero. È davvero disarmante, affascinante, la semplicità con cui si sa esprimere chi è veramente grande. La semplicità è la forma della vera grandezza: “non c’è grandezza dove non c’è semplicità” (Lev Tolstoy). In tutte le cose la suprema eccellenza è la semplicità!
“Rendere il semplice complicato è luogo comune, rendere il complicato semplice, stupendamente semplice, quella è creatività” (Charles Mingus). Di questa creatività abbiamo tutti grande bisogno, poiché la semplicità “è cosa rarissima ai nostri giorni”. Ne ha necessità la Chiesa, chiamata a camminare “povera, cioè libera, forte e amorosa verso Cristo” (Paolo VI), avendo chiara coscienza della propria identità e della propria missione e piena avvertenza dei bisogni veri dell’umanità. Ne ha bisogno la società civile, provocata dal fenomeno dell’immigrazione a far crescere sempre di più la comprensione, il rispetto e l’accoglienza, che sono gli elementi costitutivi dell’integrazione. Alle istituzioni spetta ordinare il processo migratorio e renderlo compatibile con il tessuto sociale, ma è nella realtà civile che si gioca la vera integrazione, intesa come incontro, come confronto e non come affronto al nostro quieto vivere o come scontro con quanti cercano il pane, la casa e il lavoro. “Come cristiani – lo ha sottolineato di recente Benedetto XVI –, grazie allo Spirito santo ricevuto nel Battesimo, abbiamo in sorte il dono e l’impegno di vivere da figli di Dio e da fratelli, per essere come lievito di un’umanità nuova, solidale e ricca di pace e di speranza”.
La testimonianza di san Feliciano, “stella del firmamento umbro” (Leone XIII), ci aiuti a rendere semplice il nostro cuore, facendoci scoprire che solo nella misura in cui ci sentiamo figli dell’unico Padre celeste possiamo riconoscerci come fratelli e amici. San Feliciano è nostro padre nella fede, fratello e amico fedele perché, anzitutto e soprattutto, è stato “amico del Signore, l’Amico più intimo”. Configuratosi pienamente, con il martirio, alla morte di Cristo, egli è ancora oggi germe fecondo di vita. Il martirio, grazia che Dio concede a chi è semplice, cioè “mite e umile di cuore”, è un gesto insuperabile di unità e misericordia, è il segno più disarmato e disarmante del dono totale di sé. Una consegna di sé che vince il male, perfino quello ingiustificabile, perché disarma la vendetta col perdono, ricostruendo l’unità anche con colui che uccide, abbracciandolo, in nome dell’amore di Dio stesso. Non c’è gesto più nobile di questo e, insieme, più semplice: è la nobile semplicità di una vita donata, consumata nell’amore, semplificata dall’amore.
Niente vi è di più nobile della semplicità evangelica e, al contempo, niente vi è di più semplice della nobiltà della vita in Cristo. Semplicità e nobiltà sono due termini apparentemente distanti e tuttavia profondamente vicini, poiché rivelano quale sia il “patrimonio genetico” della santità, di cui è impossibile parlare in astratto, senza fare riferimento concreto alla vita di coloro i quali, come san Feliciano, ci hanno preceduto con il segno della fede, indicando nella semplicità di cuore la misura alta dell’amore. “La semplicità è la conquista finale… dell’amore”. E l’amore è semplice, cioè pura trasparenza, quando non è sopraffatto dall’affanno di possedere e nemmeno soffocato dall’ansia di trattenere nulla per sé, neppure la propria vita! Di questa estrema semplificazione abbiamo tutti grande bisogno. San Feliciano “ci dia una mano” a rendere il nostro cuore mite e umile, cioè semplice.

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